ATLAS DI ETNOPSICHIATRIA CRITICA E RADICALE
a cura di Simona Taliani e Roberto Beneduce
Un tale percorso intende muovere i suoi passi a partire da cinque categorie dell’esperienza comune, le cui radici si proiettano dal sociale verso altri livelli dell’esistenza come liane. Queste cinque categorie sono
il “collasso”, la “collera”, il “disastro”, la “miseria” e il “terrore”.
L’Atlas propone alcuni dei temi che continuano a interrogare la ricerca storica, antropologica, sociale e clinica, senza alcuna presunzione di esaurire gli argomenti, le pratiche, le vicende evocate.
Nessun contenuto sarà risparmiato dalla messa in discussione del suo statuto epistemologico: parlare della sofferenza e di come è stata definita o trattata significa rivoltare i saperi che a vario titolo se ne occupano, soprattutto là dove le epistemologie sulle quali riposano sono violenti, opprimenti, o complici con le forme del dominio. Vogliamo mantenere con ciò che si vuole interrogare o preservare (di un sapere, di una società o di una esperienza) un confronto costante, come nel corpo-a-corpo che si ripete ogni volta che siamo di fronte a un testo, a una immagine, a un diario, a una cartella clinica, senza mai dimenticare di riflettere su che cosa sia in gioco in questo impegno a ripetere e a trasmettere ciò che si è raccolto, ascoltato, visto, vissuto.
Perché un Atlas non rischi di configurarsi come un’opera con pretesa di totalità su un oggetto epistemologico definito (l’etnopsichiatria critica e radicale, in questo caso) e finisca per essere solo un altro strumento di classificazione delle forme di sofferenza e dei diversi saperi sulla cura, sono necessarie alcune premesse.  

L’Atlas qui disegnato è stato immaginato perché ciascun fruitore possa costruire mappe provvisorie e parziali, secondo scale che permettono di unire liberamente i ‘nomi’ della crisi ai ‘luoghi’ e alle ‘storie’ che da essa si generano, tra sofferenza e resistenza. Un tale percorso intende muovere i suoi passi a partire da cinque categorie dell’esperienza, le cui radici si proiettano dal sociale verso altri livelli dell’esistenza, come liane. Queste cinque categorie sono “collasso”, “collera”, “disastro”, “miseria” e “terrore”. Perché un Atlas non rischi di configurarsi come un’opera con pretesa di totalità su un oggetto epistemologico definito (l’etnopsichiatria critica e radicale, in questo caso) – finendo col proporsi solo come uno dei tanti strumenti di classificazione già esistenti delle forme di sofferenza e dei

diversi saperi sulla cura – sono necessarie alcune premesse.

L’Atlas qui disegnato è stato immaginato perché ciascun fruitore possa costruire mappe provvisorie e parziali, secondo scale che permettono di unire liberamente

i ‘nomi’ della crisi ai ’luoghi’ e alle ’storie’ che da essa si generano, tra sofferenza e resistenza.

PSICHIATRIA
ETNO
ATLAS
Questo Atlas trae ispirazione dall’ultimo lavoro incompiuto di
Aby Warburg, Bilderatlas Mnemosyne. Nel farlo, attraversiamo
un territorio di contraddizioni: le stesse che hanno vissuto
coloro che, da documenti viventi, si sono visti trasformare
poi in documenti storici e antropologici, di conoscenza
e trasmissione, archivi. Se Ernesto De Martino aveva
definito queste contraddizioni come un autentico
“scandalo”, noi vogliamo offrire qualche chiave di
lettura sullo “scrupolo” che ci ha accompagnato
nel costruire un sapere esitante.


– lo “scandalo etnografico” dell’incontro
con umanità escluse, marginalizzate o spossessate

l’espressione è di

Georges Didi-Huberman

* non sono gli archivi e i materiali che vi sono conservati la persistente r-esistenza di un passato che con ostinazione infesta e assedia il nostro presente, il nostro tempo?

Ciò che viene raccolto in questo Atlas
proviene da quelli che sono stati definiti degli
archivi di intensità”, riconoscendo che ciò che resta in essi– e negli atlas che ne derivano – è ciò che sopravvive in modo corrotto, contaminato, trasformato sia dalla storia che dal dispositivo stesso d’archiviazione, nel suo moto perpetuo tra abbandono, conservazione e montaggio. Non si vuole riportare qui una serie di concetti-chiave o definirli una volta per tutte come in tanti manuali, ma suggerire costellazioni tematiche e profondità di senso per una pratica di ricerca inedita, in grado di promuovere articolazioni utili anche per una clinica prudente.
Un furto grafico lo abbiamo fatto, di qualcosa che a sua volta era già stato rubato. Lo capirete sfogliando le pagine de Il rituale del serpente di Aby Warburg.


Perché rubare due volte?
Perché rubare ancora?
Possiamo solo lasciare degli indizi:
Era il 1923 e Warburg si trovava nella casa di cura di Kreuzlingen dopo una delle tante crisi nervose: per dimostrare la sua guarigione, Warburg tenne davanti a medici e pazienti una relazione che, arricchita dalle foto da lui stesso fatte durante un viaggio-studio tra gli indiani Pueblo, partiva dalla simbologia e dai ritualismi legati al serpente nella riserva e andava a risalire alle origini del paganesimo e della magia tutta. […]
Il giudizio che Warburg in ultimo dava alla conferenza nei suoi appunti privati era senza appello: "Si tratta della confessione di uno schizoide (incurabile), consegnata agli archivi dei medici dell’anima". […]
In realtà Il rituale del serpente ci consente di vedere in azione tutta la potenza della mente di
Warburg nel passare dal micrologico all’universale, dal singolo rito di un popolo a una grandiosa e
immaginifica recollection del paganesimo
Cantisani, 2025
Come si comporta Warburg con gli Hopi? Come gli antropologi depositari di una mentalità coloniale: preleva, senza troppe remore, i loro oggetti, i loro simboli, persino la loro immagine attraverso la fotografia. Stimilli ricorda che gli Hopi, una tribù indiana dei Pueblos, erano spaventati dalla macchina fotografica, perché credevano che potesse rubare loro l’anima. Così non erano contenti di essere fotografati, mentre Warburg, nota Stimilli analizzando una foto celebre, dà prova di una certa violenza costringendo l’indiano a starsene fermo accanto a lui mentre lo tiene per un braccio perché, evidentemente, era restio a farsi fotografare. Ed è proprio questa la ragione per cui la mostra è saltata [nel 2014 a Boulder]: alcuni docenti all’Università del Colorado, appartenenti alle diverse tribù indiane, si sono opposti all’intenzione degli organizzatori di esporre materiali che ancora oggi creano problemi morali e spirituali agli eredi degli indigeni di un secolo fa. Il Museo, intimorito dalle promesse di boicottaggio e dalle polemiche sui giornali, ha abbandonato il progetto [di esporre la collezione di Aby Warburg]
Cecchetti, 2014
1
2
Qualunque Atlas – come qualunque archivio – porta in sé le tracce della violenza di un incontro che è stato spesso collisione, quando non sopruso: violenze accumulate che conoscono metamorfosi dolorose nella collezione (ossia nel furto), nella conservazione così come nell’abbandono che contraddistinguono spesso la vita degli archivi. Di queste violenze, che spesso generano non solo “vendette” ma inattesi rovesci, dobbiamo assumere tutte le conseguenze. Senza questo atto di responsabilità non c’è ricerca né incontro clinico che possa liberarci dalle scorie di quanto già accaduto, né Atlas che provi a evitare i rischi di un sapere totalizzante e sordo alle voci degli ultimi.
*
Gli antropologi sanno che gli archivi non limitano il loro ruolo alla conservazione di testi, memorie o documenti privati e pubblici: sono allo stesso tempo uno spazio di lotta per imporre un significato particolare alle cose e agli eventi. Il loro lavoro di archiviazione di fronte a un testo che è presente, ma che spesso si riferisce a qualcosa o qualcuno che è assente, indugia su questa tensione.
Gli sforzi compiuti per nascondere o cancellare alcuni materiali d’archivio sono talvolta ancora più rivelatori di ciò che l’archivio contiene: la strana compulsione a registrare il negativo, l’orrore, e poi cercare di nasconderlo per farci dimenticare. Quando si fa riferimento al caso degli scritti dei malati di mente e dei detenuti, il lavoro di archiviazione rivela un vero e proprio “contro-archivio”, in grado di conservare malgrado tutto parole e ricordi repressi all’interno di istituzioni totali. In questo senso, i materiali di cui il progetto intende occuparsi (racconti di violenza istituzionale, abusi e pratiche disumane da parte della medicina e della psichiatria, contaminazione consapevole degli ambienti naturali da parte delle industrie e altro ancora) definiscono un altro capitolo di quegli “archivi del male” sui quali Jacques Derrida ha attratto il nostro sguardo.
Qui la ricerca incontra uno dei suoi oggetti più importanti. Lavorare con gli “archivi come soggetti” significa non solo recuperare un passato messo a tacere, ma anche riconoscere che la violenza era spesso una violenza diretta “contro il passato”.

Se guardiamo più vicino a noi, il progetto di esplorare gli archivi psichiatrici, partendo dal punto di crisi del paradigma introdotto dall’esperimento di Franco Basaglia, suggerisce un’ulteriore azione: concepire l’archivio come un territorio in cui diventa possibile rompere la narrazione o la rappresentazione dominante della follia (e più in generale dei gruppi subalterni) e far risorgere altri linguaggi e tracce, conoscenze e pratiche soggiogate. In questo senso, gli archivi possono, a certe condizioni, riuscire a travalicare i confini nazionali e temporali facendosi leva di cambiamento e di coscienza storica. È il caso delle istituzioni psichiatriche come quelle degli ospedali di Collegno e Grugliasco: dove i soli documenti delle violenze esercitate sui pazienti (quelle realizzate ad esempio dal dottor Giorgio Coda ai danni dei bambini ricoverati a Villa Azzurra) sarebbero stati il dolore e le umiliazioni di questi ultimi, mentre allo stesso tempo le cartelle cliniche pretendevano condensare in qualche riga (“an-amnesia”) la vita e le esperienze indicibili dei pazienti.

L’etnografia nata dalle sensibilità e dagli interessi appena evocati è stata in grado di sviluppare una nuova metodologia di ricerca, di cogliere i ricordi delle culture spogliate e la dolorosa esperienza dell’esclusione, di registrare i documenti acustici e visivi di saperi in via di scomparsa ma anche di memorie individuali a lungo occultate e dimenticate (come nel caso degli archivi sonori raccolti da Maria Pia Bruzzone nell’ex-ospedale Psichiatrico di Arezzo). Registrando i canti di protesta dei braccianti, le lamentele dei contadini, le ninne nanne delle madri povere del Sud Italia, è stato possibile immaginare un approccio radicalmente diverso al “soggetto etnografico” e sono state gettate le basi per una “antropologia decoloniale”.
Questo nuovo approccio è sintetizzato dalla consapevolezza espressa da Ernesto De Martino sul ruolo politico dell’intellettuale di fronte ai contadini e alla povertà dell’Italia meridionale. Analogamente a De Martino, Frantz Fanon, figura pionieristica della decostruzione e dell’epistemologia decoloniale, ha saputo analizzare le dimensioni del razzismo, della violenza epistemica e dell’alienazione, criticando efficacemente l’ipocrisia delle pretese di “oggettività” nella metodologia delle scienze sociali e rovesciando le pretese scientifiche della psichiatria coloniale. Oltre a questo, sia De Martino che Fanon indagano l’esperienza della “fine del mondo”, la crisi radicale, cioè l’apocalisse psicopatologica, culturale e politica.
Archivio” è un concetto carico di implicazioni politiche, storiche ed epistemologiche. L’archivio è “innanzitutto la legge di ciò che può essere detto, il sistema che governa la comparsa delle dichiarazioni come eventi unici” *. Se tutte le società cercano di documentare, conservare, preservare e imporre un’immagine specifica di sé alle generazioni future, allora sono la scelta dei materiali, le rovine su cui sono costruiti e le voci smorzate di coloro che devono essere dimenticati o esclusi a costituire la questione cruciale degli archivi.
* Michel Foucault, Archeologia del sapere
Gli archivi coloniali, psichiatrici o giudiziari sono espressioni esemplari di questo immenso "lavoro di archiviazione" volto a ricordare e allo stesso tempo a nascondere "un’affascinante combinazione di ciò che nega e di ciò che vuole a tutti i costi sentire" (è Farge a ricordarlo). Amettendo l’incompletezza ontologica degli archivi ("Archivez, archivez, il en restera toujours quelque chose!"), la nostra ricerca è particolarmente interessata a indagare ciò che gli archivi dicono nonostante se stessi. Per questo motivo, l’etnografia diventa un metodo complementare, anzi necessario, per "redimere" il lavoro classico sugli archivi. In questo senso, il progetto aderisce pienamente alla proposta di Ann Stoler, che suggerisce un passaggio "dall’estrazione all’etnografia" negli archivi coloniali e di altro tipo: un "passaggio dall’archivio come fonte all’archivio come soggetto".

Foto di Samuele Silva
ex-Manicomio di Racconigi (CN)
Questa è una prassi che caratterizza il funzionamento di tutti gli Stati autoritari (come l’Unione Sovietica, ad esempio, che ha cercato di “sterminare” il passato delle società mongole) e forse dello Stato stesso. È il caso dello Stato postcoloniale del Mozambico, che ha cercato invano di cancellare le conoscenze dei guaritori e le pratiche terapeutiche locali, definendole semplicemente una forma di oscurantismo.
Queste linee e questi autori hanno costituito le premesse della nostra ricerca, orientandoci nell’analisi dei nuovi archivi della sofferenza e lungo le linee di resistenza di chi non è stato, malgrado tutto, vinto dalla tragedia.